Il buco, quarto film della Rassegna Cinema e Ambiente - primavera/2022, racconta la storia di un gruppo di speleologi che, in pieno boom economico, hanno deciso di scendere nel Sud ed immergersi nel buio di una grotta.

Martedì 05 aprile - ore 21,00

Multisala Verdi - Vittorio Veneto

Il buco
film – Italia 2021, 93’
regia di Michelangelo Frammartino
fotografia di Renato Berta
con Paolo Cossi, Jacopo Elia, Denise Trombin, Nicola Lanza

Premio speciale della giuria al Festival di Venezia 2021
Premio “Pellicola d’Oro” come miglior operatore cinematografico a Luca Massa
Green Drop Award di Green Cross Italia 2021


Durante il boom economico degli anni ’60, l’edificio più alto d’Europa viene costruito nel prospero nord Italia. All’altra estremità del paese nell’agosto del 1961 un gruppo di giovani speleologi visita l’altopiano calabrese e il suo incontaminato entroterra immergendosi nel sottosuolo di un Meridione che tutti stanno abbandonando. Scoprono così coi suoi 700 metri di profondità una delle grotte più profonde del mondo, l’Abisso del Bifurto dell’altopiano del Pollino, sotto lo sguardo di un vecchio pastore, unico testimone del territorio incontaminato.



Ciascun film è faticoso, ma questo film aveva una sfida fisica: a volte avevamo bisogno di dieci ore per scendere. E’ un film concepito prima di questi due anni così complicati: un certo lavoro di sottrazione, anche della parola, io provo a condurlo da un po’ di tempo, il mio è un cinema di esplorazione. Spero possa essere un’esperienza immersiva quando uscirà nelle sale”.
“Per usare un termine cinematografico, potremmo dire che le grotte costituiscono un fuori campo assoluto, anche perché la notte eterna che regna al loro interno sembrerebbe quanto di più ostile alla macchina da presa. Eppure, chi ama il cinema sa bene che il fuori campo, l’invisibile, rappresentano la sua “sostanza” più profonda. Questo territorio ha un legame particolare con la natura in controtendenza con la cultura occidentale. Qui, noi della troupe abbiamo scoperto che si può diventare tutt’uno con essa. Personaggio del film è, dunque, la grotta e il movimento dei corpi che si immergono al suo interno”
Michelangelo Frammartino 


La Società Speleologica Italiana è orgogliosa di aver patrocinato e supportato sin dall’inizio questo importante progetto, che finalmente ha portato su un palco così prestigioso la vera natura della speleologia, perché è esattamente questo che gli speleologi tentano di fare: prendersi cura del buio.“
Siamo felici di questo meritatissimo riconoscimento, perché Michelangelo Frammartino non è solo un ottimo regista ma ha saputo raccontare la gratuità, l’intimità e la purezza dell’esplorazione speleologica con gli occhi di uno speleologo, essendo diventato egli stesso speleologo - ha dichiarato – I nostri più sinceri complimenti al regista e agli operatori che durante le riprese sono stati diligenti anche nel rispetto dell’ ambiente grotta, che essendo delicato e prezioso costringe ad accortezze particolari e se vogliamo inusuali per il mondo ‘sopra’. Ci auguriamo che questo film aiuti un pubblico più ampio a capire non solo ciò che facciamo noi, ma soprattutto l’importanza di scoprire e tutelare le bellezze del mondo sotterraneo, che è intimamente connesso al mondo in superficie”.
Sergio Orsini, Presidente della SSI (Società Speleologica Italiana)


Frammartino “ricostruisce” la spedizione, con un gruppo di veri speleologi, affidandosi al minimo essenziale: auto e camionette d’epoca, una TV in bianco e nero fuori dal bar del paese, qualche programma di repertorio della RAI, pagine di una rivista, un’
Epoca con Kennedy e Nixon in copertina, bruciate per illuminare l’antro… Per il resto è tutta osservazione, gli speleologi che si calano nel profondo, la vita immobile del paese, i pastori che fanno pascolare le loro mandrie di vacche e cavalli sui monti, pochissimi dialoghi. Frammartino inquadra il paesaggio da architetto, in tutta la sua monumentalità e in tutte le sue dimensioni, nella prospettiva dei campi lunghi. Ed è un paesaggio che parla, nel vero senso del termine, perché risuona dell’eco dei muggiti e dei richiami, delle voci che si amplificano tra le rocce e le valli, tra le pieghe dell’abisso o nel buio di una sala da cinema. E siamo ancora dalle parti di Le quattro volte: gli uomini, gli animali, la vegetazione, le rocce, tutto rientra nell’ordine, quello sì davvero insondabile, della natura. Persino l’elemento antropico, le case, le strade, chiese, viste dall’altro, ne sono inesorabilmente risucchiate.
Aldo Spiniello - Sentieri Selvaggi