La Resistenza non ha lottato per un paese colonia degli USA

di Leonardo Sinigaglia


Il 25 aprile 1945 Milano insorta segnava il definitivo tracollo del regime fascista, che proprio in quei giorni andava decomponendosi davanti alla fuga delle truppe naziste e all’incalzare delle brigate partigiane e delle armate alleate che, sfondata la Linea Gotica, si riversavano nella Pianura Padana. Quel giorno fu dichiarato festa nazionale già a partire dal 1946, e da quella data tutti gli anni si è ricordata la liberazione dell’Italia, la riconquista dell’indipendenza nazionale e il nuovo corso democratico voluto dalla popolazione. O almeno così sarebbe dovuto essere.

In realtà il 25 Aprile viene ormai senza maschera ricordato istituzionalmente come la festa dell’occupazione statunitense e della sudditanza alla NATO. Quella data, che dovrebbe servire come memento a tutti gli italiani che il popolo destato può abbattere qualsiasi tiranno e cacciare qualsiasi esercito, è ridotta a teatrino in cui si riaffermano i pretesi “valori” europei e la fiducia nella “democrazia occidentale”, ossia nella dittatura spregiudicata della componente più predatoria e violenta dell’alta borghesia dell’anglosfera. Questa vera e propria opera di revisionismo storico e politico viene portata avanti tanto dalla destra e dal centrosinistra quanto da tutta la variegata rete di associazioni, movimenti e centri “culturali” più o meno “radicali” che queste formazioni si trascinano dietro, e si muove sulla falsariga della più generale tendenza euro-atlantica alla riabilitazione pratica del Fascismo, alla distorsione dei fatti storici e alla sistematica diffamazione dell’Unione Sovietica e di tutte le forze partigiane che ad essa guardavano idealmente.

Ma se partiti, sindacati confederali e marmaglia liberale rivendicano il 25 Aprile come festa dell’occupazione, non è detto che ciò debba essere accettato in silenzio. Alcuni, respingendo giustamente le pretese egemoniche statunitensi, sono portati a rinnegare in toto la ricorrenza, finendo però per credere alla stessa narrazione promossa dalle classi dominanti. Quello che occorre fare è tornare alla vera natura storico-politica della Resistenza, e rivendicare un 25 Aprile che sia giornata di lotta a difesa dell’indipendenza nazionale, della democrazia sostanziale, della pace internazionale e della memoria storica. Un 25 Aprile che si ricolleghi direttamente all’esperienza della Resistenza e che rinneghi decisamente e senza compromessi tutta la retorica “rosè” istituzionale, che vorrebbe trasformare quella che fu la conclusione vittoriosa di una cruenta guerra di liberazione in una sagra di paese dai tratti radical-europeisti.

Ciò passa necessariamente da una riappropriazione della Resistenza, anch’essa distorta ed annacquata nel suo senso profondo sino a renderla falsata ed irriconoscibile. Questa operazione, condotta tanto da destra quanto da “sinistra”, non ha solo visto la progressiva riabilitazione dei collaborazionisti fascisti e l’equiparazione tra il Terzo Reich e chi lo ha abbattuto, ma anche l’utilizzo retorico del richiamo al movimento partigiano per giustificare le più bieche manovre politiche, dalle faide interne al campo liberale, con le solite accuse di “fascismo”, al supporto alla supposta “resistenza ucraina”, animata da suprematisti bianchi e neonazisti.


La Resistenza non nasce con la Seconda Guerra Mondiale

Certa vulgata promossa da ambienti neofascisti, e silenziosamente accettata dalle forze istituzionali, vorrebbe presentare la Resistenza italiana come nient’altro che la quinta colonna alleata con l’allora nemico, individuato nei paesi alleati. Ciò è falso sia perché pone un’errata congruenza tra il popolo italiano e il regime fascista, sia perché ignora il fatto che la resistenza antifascista nacque nello stesso momento in cui il movimento mussoliniano mosse i primi passi in direzione antipopolare, ossia tra il 1919 e il 1922. La lotta degli Arditi del Popolo, la resistenza alle camicie nere offerta da città come Sarzana e Parma e i grandi scioperi di quegli anni dimostrano quanto il popolo italiano, guidato politicamente dai lavoratori più coscienti, fosse consapevole della minaccia portata dal Fascismo e ai suoi interessi, e disposto a battersi. Fu l’incapacità politica di parte dei settori dirigenti sindacali e politici ad impedire la sconfitta dei fascisti, supportati esplicitamente dal capitale monopolistico e dagli agrari. La componente liberale e moderata non solo appoggiò il Fascismo, portandolo nel 1921 in Parlamento con il Blocco Nazionale, ma si astenne poi da ogni seria opposizione, auspicando l’intervento del Re per la “riduzione alla legalità” del Fascismo per poi condannare il paese al regime tramite la resa aventiniana. Essi rifiutarono di chiamare alla mobilitazione le masse italiane perché avevano molto più timore della forza politica che queste avrebbero acquisito che del Fascismo, e ciò venne dimostrato dalla simpatia, tacita o meno, che molti di loro garantirono al regime negli anni seguenti.

Per tutti gli anni successivi la Resistenza fu portata avanti dalla cospirazione di piccoli gruppi rivoluzionari puntualmente scoperti e condannati alle carceri fasciste, in un clima sempre più violento e di stabile potere dittatoriale del regime.

Le naturali conseguenze internazionali dell’orientamento politico del Fascismo, propenso all'espansione imperialistica in nome degli interessi del grande capitale, le guerre d’Abissinia e Spagna, diedero nuovo vigore alla Resistenza. In Etiopia, mentre migliaia di soldati regi venivano inviati ad occupare le terre di un altro popolo, diversi italiani scelsero invece di aiutare la lotta degli etiopi: è il caso di Ilio Barontini, Domenico Rolla e Anton Ukmar, che, con l’appoggio dell’Internazionale comunista, aiutarono la preparazione della guerriglia etiope contro l’invasore fascista. In Spagna la partecipazione italiana al fronte repubblicano non fu trascurabile. Migliaia di volontari accorsero nelle Brigate Internazionali e nel ‘Battaglione Garibaldi’, che alla causa antifascista diede in Spagna 600 morti e migliaiai di feriti[1], fungendo da indispensabile addestramento politico e militare per i futuri vertici della guerra di Liberazione.

La Resistenza fu la risposta patriottica e popolare italiana contro la "dittatura terroristica aperta degli elementi più reazionari, più sciovinisti e imperialisti del capitale finanziario[2], che si era potuta insediare per la violenza sistematica delle camicie nere e l’attiva collaborazione di grandi settori politici ed istituzionali liberali. Essa precedette la caduta del regime del 25 luglio 1943, e, per quanto da questa data conobbe una nuova fase qualitativamente e quantitativamente superiore, non si può ridurre a ciò che accadde da lì al 25 aprile 1945.


La Resistenza non è stata “ininfluente”

Il revisionismo storico neofascista vorrebbe presentare le forze partigiane come “ininfluenti” dal punto di vista militare, relegandole ad un ruolo completamente subalterno rispetto a quello degli eserciti degli Alleati e trascurabile dal punto di vista strategico. Questa narrazione viene indirettamente sostenuta dal centrosinistra e dalla sua galassia, cha dal 25 Aprile ha rimosso ogni consapevolezza rispetto alla natura bellica e militare degli eventi che si vorrebbero commemorare. Nel presentare una Resistenza disarmata, folkloristica e militarmente inesistente destra e “sinistra” vanno ancora una volta a braccetto.

Indiscutibilmente l’impatto militare delle forze guerrigliere italiane fu inferiore a quello dei partigiani jugoslavi, che da soli seppero liberare la quasi interezza del paese, ma non per questo deve essere valutato come minimo o insignificante. I partigiani italiani tennero impegnati dal settembre ‘43 al maggio ‘45 i reparti militari collaborazionisti della RSI, comprendenti tra le forze armate regolari e i reparti volontari come le brigate nere diverse centinaia di migliaia di uomini, impiegati quasi esclusivamente nei rastrellamenti e nell’attività antipartigiana. Le decine di divisioni tedesche che si alternarono sul fronte italiano nel biennio della guerra di Liberazione furono altrettanto impegnate nelle operazioni contro la Resistenza, che negò a quelle la possibilità di godere di retrovie e città sicure. Ciò emerge chiaramente, come nota il Professor Alessandro Barbero[3], dai documenti e dalle dichiarazioni dei comandi militari nazisti, che a più riprese lamentarono la pericolosità e l’ingovernabilità di città italiane come Roma e Firenze oltre al continuo stillicidio provocato dagli attacchi partigiani, dai sabotaggi e dagli attentati.

Lo stesso attuale presidente del Senato La Russa ha bene espresso l’atteggiamento revisionista ormai intrinsecamente presente all’interno delle istituzioni italiane. In merito all’attentato di Via Rasella egli ha recentemente ripetuto la vecchia e irreale bufala che dipingerebbe le “vittime” naziste come una “banda militare di pensionati altoatesini”, mentre i “carnefici” partigiani come incoscienti terroristi che avrebbero poi condannato alla rappresaglia l’inerme popolazione romana.

La Storia racconta altro: l’SS-polizeiregiment ‘Bozen’ fu un corpo di polizia militare posto alle dipendenze delle SS di Himmler, e impiegato in azioni di rastrellamento e nell’occupazione del Trentino, e per ciò parte integrante e attiva della macchina bellica nazista, e per questo legittimo obiettivo militare. La successiva rappresaglia delle Fosse Ardeatine, organizzata con la collaborazione delle autorità fasciste che celermente fornirono ai boia nazisti i prigionieri italiani richiesti, per quanto diretta conseguenza dall’attacco non può ritenersi responsabilità politica dei combattenti gappisti, sia in quanto deliberato atto terroristico del regime nazista, sia per la mancanza di qualsiasi precedente causalità stabilita tra azioni partigiane e rappresaglie sui civili.

Il ruolo militare della Resistenza non fu limitato ai confini italiani. Se è ben noto l’esempio della divisione ‘Acqui’ a Cefalonia, altrettanto non si può dire per quello dei militari italiani nei Balcani. Anche per colpa della narrazione revisionista sugli eventi del confine orientale viene dimenticato come decine di migliaia di militari italiani parteciparono alla resistenza jugoslava, trasformandosi da occupanti in combattenti per la libertà contro i nazisti. E’ il caso della divisione ‘Venezia’, che il 9 ottobre 1943 sigla un accordo di collaborazione con i partigiani jugoslavi[4], e che si fonderà poi con la divisione alpina ‘Taurinense’ dando vita alla divisione ‘Garibaldi’, che perse in combattimento un terzo degli effettivi[5]. Accanto a loro vi era anche la divisione ‘Italia’, nata dai resti della divisione ‘Bergamo’ che aveva combattuto contro i tedeschi in Dalmazia, e che venne posta alle dipendenze del Primo Corpo d’Armata dell’EPLJ del generale Popovic. La divisione ‘Italia’ partecipò assieme ai reparti jugoslavi e sovietici alla liberazione di Belgrado, e sfilò innanzi al maresciallo Tito. Dopo la liberazione di Zagabria, i prigionieri italiani qui concentrati dai tedeschi diedero vita ai battaglioni ‘Fratelli Bandiera’ e ‘Goffredo Mameli’. Secondo le autorità jugoslave un totale di 50 reparti italiani parteciparono alla liberazione dei Balcani, contribuendo con migliaia di caduti e dispersi alla sconfitta del nazismo.

Se la resistenza italiana all’occupazione nazista fu limitata alla guerra di guerriglia, con le sue modalità e capacità di mobilitazione, ciò fu principalmente a causa del vero e proprio tradimento compiuto dai comandi militari del Regio Esercito che abbandonarono intere città al nemico senza nemmeno un combattimento, e dalla stessa dirigenza monarchica che lasciò milioni di armati in balia della confusione e dello sfaldamento. Se il Re e la sua corte si precipitarono a Brindisi al posto di organizzare la difesa della Capitale, numerosi generali, come Adami Rossi e Sorrentino, passarono armi e bagagli al servizio dell’occupante.

Fu solo per opera dei nuclei politici della Resistenza che l’Italia conobbe una reazione all’occupazione nazista. Questi sin dalla deposizione di Mussolini cercarono di ottenere la formazione di milizie popolari e una stretta collaborazione militare tra forze antifasciste ed esercito regolare, venendo però accolti dal secco rifiuto delle autorità badogliane e dai comandi ancora infestati dai fascisti. Ciononostante, la Resistenza fu in grado di radunare in poche settimane migliaia di uomini pronti al combattimento, provenienti sia dalle fila del dissolto Regio Esercito che dalle carceri in cui erano rinchiusi i prigionieri politici, sia dalle fabbriche che dalle campagne. Questi numeri crebbero al progredire del conflitto, e alla Liberazione le forze partigiane potevano contare su centinaia di migliaia di combattenti tra le brigate di montagna e le formazioni cittadine come i GAP e le SAP.


La Resistenza non ha lottato per un paese colonia degli USA

L’aver ridotto il 25 alla “festa dell’occupazione” ha come giustificazione “storica” la narrazione per cui guerra partigiana e occupazione americana sarebbero tra di loro consequenziali. Ciò viene ribadito con foga tanto dai neofascisti quanto dai liberali. Difficilmente però si può attribuire alla resistenza antifascista una qualsiasi responsabilità per le conseguenze della guerra. Se l’Italia si trovò distrutta dai bombardamenti e percorsa in lungo e in largo da esercitti stranieri la colpa fu unicamente del regime fascista e del capitalismo monopolistico che aveva in esso la propria rappresentanza politica. Fu per la sconsiderata politica bellicista di Mussolini, che portò all’aggressione deliberata di Etiopia, Grecia, Francia e Unione Sovietica, che l’Italia venne invasa, dissanguata e ridotta in macerie. La presenza di militari angloamericani nella penisola non può che essere ricondotta all’estrema responsabilità storica del regime fascista.

La Resistenza combatté per la conquista di un paese libero e indipendente, per la conquista della pace e la cacciata dell’occupante nazista. L’aver sostenuto gli sforzi della coalizione antifascista internazionale non riflette nessun progetto di subordinazione alle potenze straniere, quanto una necessità indicata dalla fase bellica. Non è infatti un caso che all’indomani della vittoria nella guerra di liberazione gran parte dei partigiani sostennero apertamente gli sforzi per allontanare il paese dall’orbita della NATO  e dalle prospettive di un nuovo conflitto mondiale.

Se l’Italia passò dal regime fascista e dall’occupazione militare tedesca a quello liberal-democristiano e all’occupazione militare statunitense non fu dovuto ai partigiani e partiti comunista e socialista, che più di tutti rappresentavano la parte politicamente cosciente del movimento di resistenza. La responsabilità della collocazione dell’Italia nel “campo atlantico” fu tutta della Democrazia Cristiana, dei liberali e dei settori della classe dirigente capitalista italiana che, sconfitto il Fascismo, volevano a tutti i costi evitare una possibile perdita del loro potere. La situazione internazionale giocò a loro favore, e poterono concorrere al “golpe bianco” contro il governo parri (dicembre 1945), sciogliendo i CLN e disarmando le brigate partigiane. Distruggendo quelli che erano divenuti gli organismi democratici di governo del territorio e le forze militari espressione della volontà popolare, l’ala liberale, assistita dalle forze repressive del regime monarco-fascista e dalle potenze occidentali, voleva impedire qualsiasi evoluzione in senso socialista della Liberazione. Fu così possibile scongiurare tramite brogli e manipolazioni la vittoria del Fronte Democratico Popolare nel 1948, e votare, nonostante la grande opposizione popolare, l’ingresso dell’Italia nell’Alleanza Atlantica nel 1949.

Comunisti, socialisti e numerosi azionisti votarono contro l’ingresso dell’Italia nella NATO. Contrariamente si espressero i partigiani, le organizzazioni sindacali, studenti e intellettuali. Sandro Pertini, socialista, parlando a nome dell’ANPI in Senato ben ribadì come l’obiettivo dell’indipendenza nazionale, per cui combatteva la Resistenza, fosse antitetico rispetto alle aspirazioni del blocco liberale:  “oggi, in Italia, appare chiaro a tutti come le forze della reazione e della conservazione si vadano coalizzando contro le forze del lavoro. I termini della lotta di classe, che oggi appaiono in tutta la loro evidenza, erano stati offuscati in un primo tempo da quella collaborazione leale e sincera che noi abbiamo dato nei Comitati di liberazione nazionale quando eravamo al Governo. Ormai questa lotta appare in modo evidente a tutti e ne abbiamo avuto l’esempio anche qui questa sera in quest’Aula. [...] Oggi noi abbiamo sentito gridare “Viva l’Italia” quando voi avete posto il problema dell’indipendenza della Patria. Ma non so quanti di coloro che oggi hanno alzato questo grido, sarebbero pronti domani veramente ad impugnare le armi per difendere la Patria. Molti di costoro non le hanno sapute impugnare contro i nazisti. Le hanno impugnate invece contadini e operai, i quali si sono fatti ammazzare per l’indipendenza della Patria!”[6].

Ma l’opposizione non restò confinata alle aule parlamentari: vi furono grandi manifestazioni e scontri di piazza con diverse vittime, come l’operaio ventenne Luigi Trastulli, ucciso a Terni il 17 marzo 1949. Socialisti, comunisti, partigiani e lavoratori difendevano ancora l’indipendenza e la libertà dell’Italia, conquistata dalle armi durante la guerra e persa per le trame liberali.

Altrettanto non si può dire per i fascisti e l’estrema destra. Dopo aver diligentemente promosso l’occupazione nazista dell’Italia, i fascisti si riciclarono in massa tanto nell’amministrazione dello Stato repubblicano quanto al servizio degli Stati Uniti. Come ha dimostrato lo storico Giuseppe Casarrubea, è agli uomini della Decima Mas che va imputata la strage di Portella delle Ginestre, operazione targata CIA in cui gli interessi dei locali agrari, espressi dalla banda di Salvatore Giuliano, si sposavano a quelli della crociata anticomunista inaugurata da Washington. E sempre l’estrema destra fornì la manovalanza per la stagione della strategia della tensione, interfacciandosi con i servizi americani per la destabilizzazione controllata del paese e per creare quelle reti golpiste che sarebbero entrate in azione in caso di eccessiva popolarità delle forze progressiste portando in Italia uno scenario “cileno”.

Questa tendenza non fu caratteristica solamente della destra extraparlamentare, ma anche di quella istituzionale rappresentata dal Movimento Sociale Italiano, che chiarì la propria posizione atlantista col congresso dell'Aquila del 1952. Questo atlantismo si fondava sull’idea della centralità dell’Europa, sull’esempio della propaganda nazista e tardo-fascista. Non deve sorprendere quindi la votazione a favore dell’MSI riguardo all’ingresso dell’Italia nello SME tra 12 e 13 dicembre 1978. In questo modo la destra neofascista rivendicava chiaramente il suo carattere europeista ed atlantista, contribuendo concretamente alla formazione di quell’Unione Europea che null’altro sarà che la particolare espressione del dominio egemonico statunitense sull’Eurasia occidentale.


Per un 25 Aprile diverso

La mistificazione storico-politica a cui sono soggetti il 25 Aprile e la Resistenza non deve portare all’abbandono di questi, ma a rivendicarli per la loro vera essenza. Per questo è necessario combattere la propaganda revisionista sia dialetticamente sia disertando le commemorazioni ufficiali, dando vita sul territorio a manifestazioni alternative che rivendichino quei compiti politici imprescindibili per la costruzione di una reale democrazia quali la lotta per la pace e per l’indipendenza nazionale.

La mistificazione della Resistenza, che venga da destra o da ambienti di “sinistra”, ha lo scopo di minare la fiducia in se stesso del popolo italiano, distruggendo la sua consapevolezza storica. Riducendo la lotta partigiana e antifascista a qualche “Bella Ciao” cantato a favore di bandiere della NATO si vuole illudere gli italiani che le generazioni passate che combatterono e morirono per conquistare un paese libero lo fecero inutilmente, e che la loro lotta anzi sarebbe la causa della situazione attuale. In questo modo si vuole scoraggiare un qualsiasi impegno a favore della democrazia e dell’indipendenza nazionale.

La consapevolezza storica è patrimonio di un popolo. Solo avendo stima in noi stessi, solo rivendicando quanto generazioni di italiani seppero fare a favore per migliorare la condizione della stragrande maggioranza del popolo si potranno recuperare gli strumenti politici e morali necessari per una nuova, e definitiva liberazione del paese.


Note

[1] L. Longo, Un popolo alla macchia, Roma, Editori Riuniti, 1974, p. 26.

[2] G. Dimitrov, Rapporto al VII Congresso dell’I.C., in Dal fronte antifascista alla democrazia popolare, Roma, Edizioni Rinascita, 1950, p. 4.

[3] https://www.pandorarivista.it/articoli/alessandro-barbero-su-resistenza-e-25-aprile/

[4] E. Gobetti, La Resistenza dimenticata, partigiani italiani in Montenegro (1943-1945), Roma, Salerno Editrice, 2018, p. 78.

[5] G. Scotti, Migliaia di soldati italiani morti per la libertà della Jugoslavia, in Patria Indipendente, aprile 2013, p. 41.

[6] https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-27_marzo_1949_il_discorso_profezia_di_sandro_pertini_sulla_nato/82_49179/


Leonardo Sinigaglia


Fonte: l'AntiDiplomatico - 24.04.2023