Speculazione ideologica di Lega e Fd’I sull’omicidio, a Pisa, della dottoressa Barbara Capovani ad opera di un suo ex paziente.

Parla Peppe Dell’Acqua, ex direttore del Dsm di Trieste, nel mirino della Lega

L’omicidio della psichiatra dell’ospedale di Pisa Barbara Capovani ad opera di Gianluca Paul Seung, una persona affetta da un disturbo mentale che era stata in cura presso l’Spdc che lei dirigeva, ha scosso profondamente tutto il settore della salute mentale. Ma la dottoressa era stata appena aggredita che sul suo corpo già si precipitava una speculazione ideologica.

La responsabilità è dell’antipsichiatria, scriveva Mario Di Fiorino, direttore del Dipartimento di Salute mentale (Dsm) della Versilia a cui Seung faceva capo, pubblicando sue fotografie insieme a psichiatri democratici (e non certo antipsichiatri) come Peppe Dell’Acqua – storico collaboratore di Basaglia, nonché direttore del Dsm di Trieste per 17 anni, e Vito D’Anza, facendoli apparire come i mandanti; laddove, invece, Seung era intervenuto a convegni aperti a tutti, associazioni di familiari e di utenti dei servizi psichiatrici.

Qualche ora dopo, il deputato leghista pisano Ziello invocava la riapertura dei manicomi – come, peraltro, prevede una proposta di legge presentata dalla stessa Lega nella scorsa legislatura, con la consulenza dallo stesso Di Fiorino (adesso candidato con Fratelli d’Italia per le elezioni comunali di Pietrasanta). Più genericamente, ma nello stesso senso, i deputati della Lega dicono che «bisogna aprire una riflessione sulla legge Basaglia», e che il Paese ha bisogno di «una nuova norma».

POI C’È CHI CHIEDE più posti nelle Rems, ovvero le strutture che hanno sostituito gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari dopo la loro chiusura. Ma è tutta qui la questione? O forse questa vicenda ci induce a riflettere sul modello organizzativo e culturale della psichiatria oggi in Italia? Non pone al centro, semmai, la necessità del cambiamento di paradigma, da una psichiatria biomedico-burocratica a una psichiatria territoriale? Ne ho parlato con Peppe Dell’Acqua.

«LE RICHIESTE ALLARMATE di sicurezze e posti letto in realtà coprono un fallimento, quello della rete dei servizi di salute mentale a livello territoriale», fa notare Dell’Acqua.

«Parlare adesso solo di pericolosità sociale e sicurezza – continua – non fa che peggiorare la situazione. Più procede l’impoverimento culturale, organizzativo e di risorse dei Servizi di salute mentale, degli operatori, delle accademie, questi rischi diverranno sempre maggiori. Le Rems non possono impedire questi eventi. Non sono uno strumento di prevenzione: arrivano a valle. Prima, ci devono essere prevenzione e cura: ci vogliono servizi che si prendano carico di una persona che soffre di un disturbo mentale, che la seguano sul territorio, che non la lascino a se stessa; e invece troppo spesso per  queste persone ci sono solo farmaci long acting una volta al mese e residenzialità nei centri. Bisogna rovesciare il paradigma, ponendo come pietra angolare dei servizi il Centro di Salute Mentale, investire risorse. Ma da questo punto di vista la regionalizzazione è stata un disastro, non abbiamo nemmeno gli strumenti per confrontare quel che accade nelle diverse regioni. E gli Spdc sono diventati l’unico baluardo, un fortilizio, luoghi distantissimi dal territorio e dalle cure: provo moltissima solidarietà coi medici che ci lavorano, perché sono il luogo dove si delega tutto quello che dovrebbe essere diffuso sul territorio, e loro sono come soldati gettati in trincea».

Invece di cominciare a riflettere su queste questioni strutturali, si imputa alla legge Basaglia la responsabilità per non garantire la sicurezza sugli operatori. Ma, anche in questo caso, le cose stanno ben diversamente.

Una volta constatata la pericolosità sociale di un soggetto, si deve agire. In questo caso ad agire doveva essere il Dsm della Versilia, che ha un suo responsabile, psichiatri, psicologi e una rete di servizi sociali. Dopodiché, se e quando le magistrature ricevono una perizia che dichiara la pericolosità sociale, agire tocca a loro, predisponendo una misura di sicurezza in una Rems, o anche ordinando la permanenza in carcere, dove devono esserci i servizi di salute mentale che se ne prendano cura. Ma se non c’è una rete che lavora insieme, quel che resta è un rimpallo di responsabilità. Detto questo, non siamo certo onnipotenti, e la scintilla impazzita potrà esserci sempre e comunque. Purtroppo, in cinquant’anni di lavoro ho dovuto più di una volta piangere dei colleghi, prima e dopo a chiusura dei manicomi, prima e dopo la chiusura degli Opg.

Tra le varie menzogne ideologiche di chi specula sulla tragedia di Pisa, c’è anche quella che gli psichiatri “democratici” sono dei buonisti, e vogliono proteggere “il matto” a tutti i costi, e privarlo della responsabilità giuridica di fronte a reati commessi. Ma, anche in questo caso, non è affatto così.

Nel nostro sistema forense c’è la teoria del doppio binario: da una parte la malattia, dall’altra il delitto. Nel momento in cui una persona affetta da disturbo mentale commette un reato scompare il principio della responsabilità soggettiva. Non è più un soggetto a aver commesso il reato, ma una figura impalpabile, la malattia mentale. Per molti giuristi e costituzionalisti, e lo diciamo da cinquant’anni, la perizia psichiatrica – eredità del positivismo ottocentesco, e un atto che non ha nulla di scientifico – andrebbe abbandonata: ogni persona è responsabile di ciò che fa.
*Autore di «Soffro dunque siamo. Il disagio psichico nella società degli individui».
( fonte:Il Manifesto 25/04/2023)