Siamo solidali con il coordinamento popolare della bassa friulana contro il progetto mostruso di una nuova "ILVA di TARANTO" a ridosso della Laguna di Marano.



L’oligarca ucraino della Azovstal, acciaieria distrutta dai russi a Mariupol, vuole riaprire in Italia insieme alla multinazionale Danieli. Serebbe la distruzione della Laguna. Nei paesi friulani crescono la protesta e la rabbia




Alto Adriatico, territorio udinese sul mare: la foce del fiume Tagliamento e dell’Isonzo, Porto Buso, Lignano Sabbiadoro di qua e Grado di là con le spiagge per vacanzieri. Via dal rumore e dal cemento la grande laguna di Marano, le sue isolette a proteggere la zona costiera, i “casoni” che in passato usavano i pescatori per ripararsi e pernottare durante i giorni di pesca, spesso issati su palafitte, un piccolo orto vicino, recentemente qualche canale per l’itticoltura e l’allevamento di vongole (che hanno il pregio di autodifendersi dall’inquinamento): legno, paglia e soprattutto fasci di canne palustri. Grosse capanne e molte senza camino perché il fumo esce grazie a uno straordinario intreccio di canne che contemporaneamente impedisce alla pioggia di entrare. E poi le “batele”, le piccole barche con il fondo piatto che portavano il pesce, a forza di remi, fino alla costa dove le donne lo caricavano sulle biciclette per venderlo nei paesi vicini.

Fino agli anni ’70 era questa la Laguna ma ancora oggi le tracce del suo passato povero e faticoso sono ben visibili e molti pescatori mantengono viva la tradizione. E’ ancora questa la Riserva naturale delle foci del fiume Stella e quella della Valle Canalnovo: mare di passere, branzini, granchi e calamari, terra di prugnoli tra le canne e poi garzette, aironi, anatre, cigni, falchi pescatori. Sono più di trecento le specie di uccelli che qui risiedono, nidificano, passano l’inverno. Zone protette per la straordinaria biodiversità sia dalla Direttiva Uccelli che dalla Direttiva Habitat che si occupa di conservare gli habitat naturali e tutelare le specie viventi animali e vegetali.Qualche chilometro a nord-est la zona industriale dell’Aussa-Corno che approfitta dell’ultimo tratto del fiume con il canale navigabile e allinea piccole industrie, birrifici, ristoranti, rimessaggi per barche. Non è una Laguna intatta: paga l’inquinamento industriale con polveri velenose sedimentate nei fondali, ma la Laguna di Marano resta zona di turismo lento, di passeggiate, di gite in barca per vedere quella fauna ricchissima, per fermarsi in un casone ad assaporare i piatti della cucina tradizionale. L’importante è non smuovere i fondali, non far salire i fanghi intrisi di mercurio, non inquinare ancora, semmai bonificare come si promette da anni.

Non sembra questa la consapevolezza dell’amministrazione di centrodestra della Regione Friuli Venezia Giulia che, peraltro, ha già dimostrato più volte come la tutela della natura non sia una sua priorità. Ci sono le industrie che premono, la collocazione geopolitica che fa gola, anche se il profitto è a vantaggio delle multinazionali mentre i danni, irreversibili, pesano tutti sul territorio e le persone. Così, da mesi, viaggia, con non molta trasparenza, il progetto di costruire una acciaieria che coinvolgerebbe terra e laguna tra Grado, Marano Lagunare, San Giorgio di Nogaro e Torviscosa. Un disastro ambientale ed umano annunciato.

Un impianto siderurgico da 70 ettari con un camino alto 90 metri per produrre 2/4 milioni di tonnellate di acciaio ogni anno, una nuova Ilva di Taranto insomma. Dietro a tutto la guerra in Ucraina e la Danieli, multinazionale italiana con sede in Friuli, leader mondiale nella produzione di impianti siderurgici, unita in una joint venture con la Metinvest dell’oligarca ucraino Rinat Ahmetov, già proprietario della Azovstal della inquinatissima Mariupol: città e acciaieria distrutte, la fame di acciaio cerca nuovi sbocchi e Regione e multinazionale organizzano la soluzione..

Il Presidente della Regione Massimiliano Fedriga nega ancora oggi che il progetto esista ma ci sono già gli impegni di spesa per studi di fattibilità, carotaggi, escavazioni e una delibera regionale dell’8 luglio 2022 che, di fatto, dà gambe alla “vocazione siderurgica” del territorio. E resta il fatto che nel settembre 2022 la Regione ha chiesto al Governo di farne una Zona di Interesse Nazionale Strategico. Silenziose le testate informative regionali ma la voce si diffonde e compaiono le carte: la mobilitazione è immedata, in ogni più piccolo comune il neonato Coordinamento contro l’acciaieria organizza assemblee pubbliche e il malumore si diffonde.

Comitati di cittadini, associazioni, si studia, si contesta, si elencano i problemi e le fragilità territoriali che potrebbero esplodere. Parte una petizione, nei paesi della Bassa Friulana compaiono striscioni “No Acciaieria”, banchetti informativi nelle piazze, blog e pagine facebook. Compare qualche articolo e alla laguna in pericolo dedica un’intera pagina anche il diffusissimo quotidiano “Kronen Zeitung” perché sono tanti i turisti austriaci che amano quel tratto di costa italiana. Si preme sui sindaci della Bassa Friulana perché esprimano la contrarietà dei Comuni all’ipotesi acciaieria come ha già fatto, all’unanimità, il Consiglio comunale di Marano Lagunare e parte anche una interrogazione parlamentare che, buffo, non arriva dal Friuli ma dalla deputata veneta Luana Zanella dei Verdi-Sinistra. C’è consapevolezza che non è “solo” una questione “ambientalista”, è di più, adesso è la rivolta della gente che vive il proprio terriorio e difende il proprio diritto a dcidere della propria vita.

Lo scenario che si prefigura è presto raccontato. Là, a ridosso della Laguna, è prevista una banchina per navi da 20.000 tonnellate di stazza e quindi il dragaggio del fiume Corno che potrebbe superare i 9 metri: si rimescoleranno i fanghi vuoi per i dragaggi vuoi per il passaggio stesso delle navi e questo porterebbe al sommovimento dell’intera laguna con inquinamento e possibile avvelenamento della fauna ittica. Aumenterebbero la salinità dell’acqua lagunare a danno dei canneti e delle specie che lì nidificano, l’inquinamento acustico e da polverii pesanti, servirebbero 1,5 milioni di acqua per produrre ogni singola tonnellata di acciaio, più di 1,5 miliardi di metri cubi di metano, che produce CO2, verrebbero utilizzati ogni anno.. l’elenco dei motivi per opporsi a quest’opera è lungo e drammatico.

La Danieli parla del progetto in termini entusiastici: più di un milione di euro come investimento iniziale e 800 posti di lavoro. Non menziona problemi, ammettendo solo 100 chili di CO2 in più per far funzionare l’impianto. Vero è che ultimamente la Danieli ha abbassato i toni e ha cominciato a dichiararsi «rispettosa delle decisioni dei friulani». Quel che le preme è realizzare il polo siderurgico, e il “dove” può essere contrattato: lo ammette Gianpietro Benedetti, presidente della Danieli nonché presidente di Confindustria Udine: «Il nostro primo interesse è realizzare l’impianto, c’è una possibilità a Ravenna e soprattutto in Bulgaria vicino ad Odessa. Noi, da friulani, premiamo per San Giorgio di Nogaro… Si tratta di un impianto virtuoso quindi compatibile con le esigenze dell’ambiente».

No açaierie. Vonde monadis!” dice la gente «No acciaieria. Basta cazzate!».

Fonte: Il Manifesto 10.06.2023 Marinella Salvi