Olimpiadi 2026: che cosa resta da fare dopo la rinuncia alla pista di bob di Cortina

di Luigi Casanova. Copyright: Altraeconomia

Il 16 ottobre il presidente del Coni Malagò si è dovuto arrendere e comunicare ufficialmente la rinuncia al contestato impianto olimpico dai costi e dagli impatti altissimi. Un’opzione suggerita da anni dai comitati e dalle associazioni ambientaliste: inascoltati. Il tema della sobrietà non è comunque risolto, spiega Luigi Casanova.

Come il buonsenso lasciava intravvedere fin dalla presentazione del dossier di candidatura olimpico, il rifacimento della pista di bob di Cortina d’Ampezzo era insostenibile. Dal punto di vista economico, sociale e ambientale. Dai 47 milioni di euro di costo previsti nel 2019 si è passati di anno in anno ai 61, poi 85, ancora 124, e nel Dpcm dell’8 settembre 2023 ai 128. Infine, la richiesta della scorsa settimana da parte delle ditte interessate alla trattativa diretta sfondava i 180 milioni. Il piano di rientro economico della gestione era stato subito smentito dai comitati, la pista nel tempo avrebbe pesato sulle casse del Comune di Cortina per oltre un milione di euro all’anno. 

Dal punto di vista sociale la pista avrebbe servito qualche decina di atleti del bob e dello skeleton, discipline che in Italia hanno un appeal residuale. Dal punto di vista ambientale, oltre al sacrificio del pregiato lariceto oggi destinato a parco ricreativo per ragazzi, la pista avrebbe occupato una superficie complessiva di 12 ettari, dei quali sette strappati a bosco e paesaggio. Sono passaggi che l’associazionismo ambientalista illustrava fin dal 2019. Sempre inascoltato.

Ancora sabato 14 ottobre il sindaco di Cortina Gianluca Lorenzi e il presidente del Comitato olimpico italiano (Coni) Giovanni Malagò difendevano l’impianto. Ma solo il 16 ottobre Malagò ha dovuto arrendersi all’evidenza e accettare che le gare vengano spostate fuori Italia: a Innsbruck (sede più logica), o a Sankt Moritz o addirittura a Pechino. 

Si tratta di una vittoria sociale e politica conquistata con determinazione da una collaborazione intensa tra soggetti diversi. Se il merito principale va riconosciuto ai comitati locali di Cortina e del Cadore, si deve evidenziare il lavoro costruttivo definito dalla lista di minoranza Cortina Bene Comune, quello delle associazioni ambientaliste e alpinistiche nazionali. Senza tralasciare il lavoro di Altreconomia, non solo forte della pubblicazione del libro “Ombre sulla neve”, ma perché in pochi mesi ha investito nell’incontro con 2.500 cittadini, da Sondrio fino a Dobbiaco. 

L’abbandono della pista di bob in Italia porta a riflessioni ancora più importanti. Si è dimostrato che l’agenda olimpica del Comitato olimpico internazionale (Cio) 2020 è inadeguata nel proporre sostenibilità. Già nel 2021 si era rinunciato alla costruzione del villaggio olimpico di Livigno per investire nell’ospitalità degli alberghi locali. Nel gennaio 2023 è saltato il palazzo del ghiaccio che doveva ospitare il pattinaggio di velocità a Baselga di Pinè (TN) i cui costi dagli iniziali, 35 milioni di euro, erano lievitati a oltre 70. Ci si trasferirà a Rho, alla Fiera di Expo 2015, con spese comunque elevate per poi modificare radicalmente le funzioni della struttura, o abbandonarla a sé stessa. 

La rinuncia della pista di bob a Cortina sicuramente porterà alla cancellazione del superfluo villaggio olimpico (50 milioni di euro) e a gran parte della costosissima e impattante viabilità (la circonvallazione di Cortina). Ora le associazioni ambientaliste propongono altri impegni, urgenti. La cancellazione dei collegamenti sciistici di Cortina verso Alleghe, Arabba, Valbadia, quelli di Bormio-Livigno, la revisione dei costi di tutte le opere, dal centro di biathlon di Anterselva (BZ) fino ai trampolini di Predazzo, al centro del fondo di Tesero (TN) e alle grandi circonvallazioni: Longarone, San Vito di Cadore, val Pusteria, Sondrio. Un quadro che dimostra con efficacia e concretezza come il Cio debba da subito rivedere la Carta olimpica per investire in una diffusa richiesta di sobrietà.