Una lingua di neve stretta pochi metri, che scende come un serpente bianco dalle pendici erbose, verde-marrone. È lo scenario di gran parte dei comprensori sciistici italiani: caldo record (di nuovo), zero neve naturale e alla fine della discesa viene voglia di togliere la giacca, perché non serve. E dove le cose sono andate meno bene, cioè dove le temperature non hanno permesso l’innevamento artificiale, le stazioni non hanno nemmeno aperto. L’effetto dei cambiamenti climatici si percepisce sempre più di frequente, specialmente a bassa quota. Eppure, se la neve non arriva, ci pensa il governo a finanziare nuovi impianti di innevamento artificiale – altamente energivori – diretti, soprattutto, alle stazioni in difficoltà a causa delle scarse precipitazioni. Una sorta di accanimento terapeutico: soldi pubblici elargiti ai privati che, altrimenti, sarebbero costretti a chiudere. Il tutto contro ogni logica di adattamento al riscaldamento globale e senza alcuna certezza di raggiungere l’obiettivo, considerate le temperature ben sopra lo zero, in particolare sotto i 1.500 metri di altezza.

Ed ecco che, da un parte, sono pronti 200 milioni di euro a fondo perduto (147 milioni sono già stati stanziati) che serviranno per costruire vasche e bacini di approvvigionamento idrico, sostituire e ammodernare gli impianti a fune e avviare il cosiddetto snow-farming. Tutte pratiche dal forte impatto ambientale sugli ecosistemi montani che vengono incentivate indipendentemente dall’altitudine dei comprensori. Dall’altra, invece, restano le briciole: per il turismo sostenibile il ministero guidato da Daniela Santanchè garantisce un decimo rispetto a quanto stanziato per le stazioni sciistiche (25 milioni di euro). Ma la miopia è bipartisan e non riguarda solo il governo Meloni: la Regione Emilia-Romagna, il cui presidente è il dem Stefano Bonaccini, ha appena allocato 4 milioni e 67mila euro di ristori per sei imprese che gestiscono gli impianti a fune dei comprensori dell’Appenino.

IL REGALO DI NATALE (E IL PACCO PER IL TURISMO SOSTENIBILE) – Il governo sta dando seguito al decreto interministeriale 7297/23 dell’11 aprile, collegato alla scorsa legge di Bilancio, con una dotazione di 200 milioni di euro per il quadriennio ’23-’26. La finalità? “Promuovere l’attrattività turistica e incentivare i flussi turistici nei luoghi montani e nei comprensori sciistici, mediante la realizzazione di interventi di ristrutturazione, ammodernamento e manutenzione degli impianti di risalita a fune e di innevamento artificiale”. Tradotto: soldi a fondo perduto per nuovi impianti di risalita, di cui le nostre montagne sono già piene (senza considerare le numerose stazioni dismesse) e per nuovi impianti di innevamento artificiale (il 90% delle piste, in Italia, è già servito dall’innevamento programmato).

Solo in questi giorni sono stati resi pubblici i risultati dei primi bandi legati al fondo del ministero del Turismo. Per la Lombardia è già pronta una fetta consistente da 50 milioni di euro; e anche il Piemonte ha di che esultare, con più di 25 milioni di euro. Si va dai 10 milioni di euro per i Piani di Bobbio (Lecco) ai 6,6 per Spiazzi di Gromo (Brescia), dai 2,7 per Foppolo (Bergamo) ai 10 a testa per Sestriere e Monterosa. Un bel regalo di Natale. Peccato che per il turismo sostenibile – itinerari turistici innovativi, destagionalizzazione – il ministero abbia riservato solo 25 milioni di euro. A evidenziare l’enorme disparità tra i due fondi è il presidente di Uncem, Marco Bussone: “Le risorse ministeriali vanno direttamente alle imprese, e non ai Comuni. La maggior parte dei soldi serve per far fronte al futuro dello sci che, con la crisi climatica in corso, va totalmente ripensato”.

LA POLITICA DELL’ACCANIMENTO TERAPEUTICO – La produzione di neve artificiale ha elevati costi sia in termini ambientali (alterazione dell’ecosistema montano, prelievo e consumo di acqua, danni ai boschi e agli animali) sia in termini economici: produrre un metro cubo di neve, l’anno scorso, è costato dai 3 ai 7 euro (rispetto ai 2 della stagione precedente); con un metro cubo d’acqua, inoltre, si producono in media 2,5 metri cubi di neve; significa che per innevare un ettaro di pista – dando per scontato che ci sia già un fondo di neve naturale, ma ultimamente manca anche quello – servono circa mille metri cubi d’acqua (e tra i 2mila e i 7mila kilowattora). Un altro dato, per chiarire la questione: secondo Legambiente, per le Alpi italiane servirebbero 96milioni di metri cubi di acqua all’anno.

Ma i numeri cambiano a seconda delle temperature – se l’inverno sembra più una primavera, come quest’anno, i costi salgono – e delle altitudini delle stazioni interessate dagli investimenti. A proposito di altitudini, rispetto al passato le precipitazioni nevose si sono fatte sempre più rare nella fascia 1300-1700 metri. Detto in altre parole: per trovare la neve naturale bisogna avvicinarsi (e purtroppo a volte non basta) ai 2mila metri di quota. Questo significa che molti comprensori sciistici, da anni, faticano a restare aperti. E che per questo motivo il pubblico li deve finanziare. Tra i destinatari dei fondi provenienti dal ministero del Turismo, ci sono moltissime stazioni che si sviluppano in larga parte (o totalmente) sotto i 2mila metri: Piani di Bobbio, Monte Pora, Foppolo, Spiazzi di Gromo e Aprica in Lombardia; Prato Nevoso (più di un milione di euro, 1500 metri di altitudine), Domobianca (1 milione e 593mila euro, dai 1088 ai 1845 metri), Artesina (quasi 4 milioni di euro, intorno ai 1500 metri) e Limone Piemonte in Piemonte; Melette 2000 (sopra Asiago, quasi 3 milioni di euro, dai 1424 ai 1732 metri). E non mancano gli Appennini: Cimone-Sestola (3 milioni e 250mila euro, dai 900 ai 1976 metri), Corno alle Scale (4 milioni e 284mila euro, chiesti dal presidente della Fisi, Flavio Roda, a capo della società che gestisce gli impianti) e Sarnano-Sassotetto (2 milioni e 785mila euro, dai 1285 ai 1600 metri).

IL CASO EMILIA-ROMAGNA – E a proposito di accanimento terapeutico e di stazioni a bassa quota, due giorni prima di Natale la Regione guidata da Stefano Bonaccini, attraverso un bando gestito da Unioncamere Emilia-Romagna, ha stanziato 4 milioni e 67mila euro di ristori per sei imprese che gestiscono impianti a fune dell’Appennino e a 67 tra alberghi, rifugi e ristoranti. I ristori, naturalmente, si sono resi necessari per compensare le perdite di incassi dello scorso anno causate, nella pratica, dalle scarse precipitazioni nevose (Corno alle Scale aprì la stagione sciistica soltanto il 21 di gennaio). “Un risultato importante e a difesa del lavoro – ha commentato l’assessore regionale al Turismo, Andrea Corsini – ottenuto grazie alla proposta della Regione, accolta poi dal ministero al Turismo, di destinare risorse al comparto in crisi per la mancanza di neve dell’inverno scorso, razionalizzando quelle destinate ai ristori per l’emergenza Covid e svincolandone una parte per le imprese dei territori dell’Appennino”. Il calo di fatturato dell’inverno scorso in Emilia in numeri: 2 milioni e 541mila euro per i comprensori, 627.930 euro per gli alberghi, e di 1 milione e 25mila euro per ristoranti e rifugi.

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