Nevica poco e il cambiamento climatico è irreversibile, ma il governo continua a sostenere le attività sciistiche finanziando nuove piste impattanti. Gli oltre 5mila km di piste da sci italiane – 5.771 quelli sulle Alpi italiane e 710 km quelli sugli Appennini – vivono soprattutto grazie all’innevamento artificiale, una pratica insostenibile che comporta ingenti consumi d’acqua, d’energia e di suolo in territori di pregio naturalistico. E il Ministero del Turismo stanzia 148 milioni per finanziare gli impianti di risalita contro i 4 milioni messi a disposizione per la promozione dell’ecoturismo.

Fiocchi a cannonate ma è tutta neve finta
di Guido Sassi

La diminuzione delle precipitazioni nevose negli ultimi anni ha colpito l’Italia più di molti altri Stati europei, con la conseguente crisi del turismo invernale nei comprensori sciistici. A fronte di un cambiamento climatico irreversibile, con effetti importanti nel medio-lungo periodo, la risposta del governo però si è limitata allo stanziamento di aiuti economici per le aziende del settore, con 148 milioni destinati all’ammodernamento degli impianti: tradotto in pratica, più soldi per nuovi bacini di raccolta dell’acqua e nuovi cannoni destinati a produrre neve artificiale, oltre alla realizzazione di nuove piste, inseguendo il freddo che si sposta a quote sempre più elevate. In parallelo, il finanziamento di attività turistiche sostitutive rispetto allo sci tradizionale si è limitato a 4 milioni messi a disposizione per la promozione dell’eco-turismo.



Lo sci alpino copre ancora il 60% delle attività sportivo/ricreative invernali sulla neve. In Italia sono presenti oltre 5 mila chilometri di piste sulle Alpi, più altri 700 km in Appennino, ma il declino appare inarrestabile e l’industria agonizzante. L’aumento delle temperature d’altronde ha registrato un aumento di 2/2,4 gradi dagli anni ’60 a oggi in 75 località sciistiche su 225, e per altre 66 l’aumento è persino superiore.

Nel 2023 Legambiente ha censito 249 impianti dismessi definitivamente, 15 in più rispetto all’anno precedente, 138 chiusi temporaneamente (+3), 181 tenuti aperti solo grazie all’innevamento artificiale (33 in più rispetto al 2022). Ci sono luoghi storicamente legati allo sci che non riescono più a svolgere la loro funzione. È il caso della Panarotta (Valsugana, Trentino), dove a dicembre la società Panarotta srl è andata in liquidazione, al secondo anno consecutivo di stop all’attività per mancanza di neve. L’attività è stata in perdita negli ultimi 5 anni, con un patrimonio che è andato in rosso per oltre 152 mila euro. La risposta della Provincia al momento però si è limitata alla ricerca di nuovi soci per ripartire e all’ipotesi di realizzare un nuovo bacino destinato all’innevamento artificiale. Gli imprenditori locali nel frattempo si difendono come possono, promuovendo iniziative legate allo scialpinismo, al trekking e ai mercatini di Natale. Questo comprensorio è solo un esempio che vale per molti altri: gli impianti della Panarotta si sviluppano per 18 chilometri di piste tra i 1500 e i 2000 metri di quota, per di più sul versante settentrionale, ma neve non ne cade e produrla costa troppo.

D'altronde l'Italia è la nazione europea più dipendente dall’innevamento artificiale: il 90% della neve viene prodotta con i cannoni, contro il 70% dell’Austria, il 50% della Svizzera, il 39% della Francia e il 25% della Germania. La neve artificiale costa sempre di più per l’aumento del prezzo dell’energia e anche la richiesta di risorse idriche è sempre più esosa: secondo una ricerca di Steiger la domanda di acqua nei prossimi anni crescerà tra il 50% e il 110%. In Trentino e Alto Adige, dove esiste un censimento, il consumo di acqua per innevamento artificiale è arrivato a toccare gli 8,5 milioni di metri cubi per ciascuna provincia, pari all’equivalente di 7400 piscine olimpioniche. Per fare un raffronto, l’intero comparto agricolo di Trento ne consuma 120 durante tutto l’anno. Secondo una stima del Wwf, ogni anno sulle piste italiane vengono impiegati per l’innevamento artificiale circa 96 milioni di metri cubi d’acqua e 600 gigawattora di energia, pari al fabbisogno di una città di circa 1 milione e mezzo di abitanti. La spesa? Variabile tra i 242 e i 546 milioni di euro. Passando alla dimensione europea, l’intero arco alpino consuma 2100 gigawattora di energia l’anno, per produrre e mantenere un fondo battuto di circa 30 centimetri sulle piste.

Di fronte a questo «accanimento terapeutico», come è stato definito da Legambiente, le associazioni ambientaliste chiedono un ripensamento delle politiche. «Non siamo contro gli aiuti, che servono anche a tutelare chi lavora nel comparto, ma chiediamo che si faccia di più per costruire una alternativa – spiega Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente. «Ci opponiamo invece in maniera totale all’apertura di nuovi impianti in alta quota. Si tratta di ambienti fragili, dove non ha senso insistere nella creazione di nuove piste. Piuttosto riteniamo che sia giusto incentivare attività alternative, come lo scialpinismo, le ciaspolate, il trekking, i percorsi culturali».

Oltre al danno ambientale derivante dalla produzione di neve artificiale, un’attività altamente energivora, c’è anche un tema legato ai costi. «Il costo della produzione di neve artificiale è passato da 2 euro a una media di 3,6 euro al metro cubo (con punte di 7 euro, ndr) nel 2022/23. Si tratta di una produzione costosissima, che tra l’altro può avvenire solo in determinate condizioni di temperatura sempre più difficili da riscontrare. Ci sono finestre di tempo per realizzare la neve sempre più ristrette».

Se i giorni per produrre neve sono sempre meno in inverno, significa che quei giorni vanno sfruttati maggiormente. Serve perciò maggiore disponibilità di acqua, che in tempi di siccità crescente non è affatto facile reperire. Questo è il motivo per cui sempre più bacini di raccolta vengono costruiti sulle nostre montagne (137 a oggi). Ma lo stoccaggio artificiale ha conseguenze principalmente negative: risorse idriche sottratte ai corsi d’acqua naturali, con conseguente perdita di biodiversità, e alto tasso di evaporazione dell’acqua stessa. Si stima che solo il 40-60% dell’acqua raccolta riesca poi a essere tradotta in neve. I continui riempimenti e svuotamenti impediscono poi quella stabilità necessaria alla creazione di un ciclo vitale per la flora e la fauna presenti nell’ambiente. La neve artificiale inoltre è più pesante rispetto a quella tradizionale e fa respirare meno il terreno sottostante. La conseguenza è un ritardo o una mancata crescita del manto erboso.

«Il 2023 è stato registrato come l’anno più caldo di sempre, ma non è un’eccezione – conclude Zampetti-. C’è il rischio concreto che in futuro dovremo registrare costantemente un caldo record, per cui va data una risposta di sistema ai problemi del turismo, non palliativi». Le associazioni di settore non sono gli unici soggetti a lanciare l’allarme: uno studio della Banca d’Italia – non esattamente un gruppo di pasdaran ambientalisti – risalente al 2022, rimarca la necessità di un cambio di passo. «In questo studio abbiamo indagato la relazione tra condizioni ambientali favorevoli e flussi turistici invernali. Migliori condizioni di neve corrispondono a un maggiore numero di soggiorni nelle località, ma la produzione di neve artificiale non sembra incidere in maniera sostanziale nel sostenere i flussi turistici. Le Alpi sono un ambiente particolarmente sensibile al cambiamento climatico, con un aumento delle temperature in media tre volte superiore alla media globale. I modelli climatici indicano un mutamento ancora maggiore nelle prossime decadi, con una forte riduzione della copertura nevosa nelle località alle più basse latitudini e conseguenze severe per i suoi ski resort. La produzione di neve artificiale sembra essere la strategia di adattamento più diffusa, ma i risultati dei nostri studi indicano che i costi della produzione continueranno a crescere e non in maniera lineare, ma esponenziale. In aggiunta, alle latitudini più basse la produzione di neve risulterà semplicemente impossibile da realizzare». La soluzione che lo studio indica in conclusione rimane la solita: destagionalizzare il turismo e incentivare attività che siano meno legate allo sci, come gare di trail running, eventi legati alla salute, al wellness, all’educazione. In altre parole, non contrasto al cambiamento climatico, ma adattamento.

Fonte: Il manifesto - 1 febbraio 2024